Leggerezze e Materie

Leggerezze e Materie

Francesco Gallo Mazzeo

Fantastico è il frutto dei voli del pensiero che decide di non volere
restare nel regno delle possibilità, ma di volersi dare, di darsi, un
perimetro sempre dilatabile e un area sempre in mutamento, ma
che pure stabilisce le tappe della propria visibilità, senza un piano
stabilito di significanti e di significati, come ha insegnato per
primo Pindaro, quando l’ha rilevata dal fondo delle potenzialità e
l’ha elevata al rango di forza teatrante, che non s’accontenta
di insistere come interiorità e intimità, ma di esistere come
paesistica, come architetturale, come mimesi rovesciata che ha
il compito moderno di avvenire, in continuazione, come una
metamorfosi che si adatta, si adegua, si camuffa, si traveste
come avviene su ogni palcoscenico, anche durante le prove, quando
non c’è pubblico e le luci della ribalta sono basse. Eppure ogni
immagine, ogni volto, ogni parola, ogni cosa, sembra ascendere al
rango diverso, quello che una volta chiedeva contemplazione e oggi emozione.
Reale, non realistico perché non è fotografico, non è mai
mimetico, frutto di una elaborazione personale, che come tale
non è omologabile, perché non appartiene alla quantità che
si aggrega, ma alla qualità che avendo sempre l’enigma come
insegna, è un unicum in qualche modo, anche se ognuno può
vederci quello che vuole, senza per questo rischiare l’errore, perché
è come la “tempesta” di Giorgione, in cui cento fiori sono sbocciati
e cento scuole hanno gareggiato, senza per questo avere vinto o perso,
perché è questo il destino della pittura, un dilemma, un nodo gordiano.
Immensità, come alveo amniotico dove si può trovare tutta
la vita che si vuole, in una densità, in una compattezza che si
autoalimenta, facendo luogo ad una espansione, ad una forte
dilatazione che è originata da un forte tasso di fluidità che
invade ogni dove, facendo dell’uno il tutto e del tutto una forza
dolce senza impatti da espressionismo astratto, che qui non ci sono,
quanto una mobilità molecolare, che man mano avanza, non si
impoverisce, ma diviene sempre più ricca dei modi, delle maniere, dei piani.
Natura e Cultura, come soggetti e non come oggetti, anche
se poi non c’è mai una certezza di determinanti e tutti possono
essere soggetti per se stessi e oggetti per gli altri, con una dualità
irrisolta specie quando ci rifacciamo alla natura, come se potesse
esistere una assolutezza, mentre cambia continuamente il concetto
di cultura e di ogni possibile riferimento alla “cosiddetta” natura, perché
tutto è opera di un modo di vedere che, da Parrasio giunge fino
a Giotto, da Carlo Crivelli fino a Morandi, per arrivare ai nostri
Music, Mucchi, Calabria e alle vorticose acrobazie di un Vedova.
Questo per dire che in Claudio Fezza c’è tanto di conscio e inconscio,
di palese ed occulto che ne fanno una singolare pienezza, i cui
dubbi e perplessità sono espressioni di una bella vitalità che qui
voglio sottolineare, infrangendo per un attimo il suo mondo
di solitudine, che non è fatto dal non volere ascoltare gli altri,
da non volerli vicini, ma del volere ascoltar se stesso e vicino a se stesso.
Paesaggi senza territorio, si potrebbe dire con una formula
contraddittiva che però emerge spontanea da questo susseguirsi
di terre che sembrano cieli e cieli che sembrano terre, in una
bella tenzone di trasfigurazione, in cui le citazioni, che
siano autorali o naturali, svolgono il ruolo di spettacolarità
diffusa, senza momenti di sosta, perché non c’è un centro e
non c’è una periferia, ma una distillazione di barocchismo
senza interruzione, in una diffusività penetrante, come una
magmaticità che rende una omogeneità momentanea che non
annulla l’orogenesi originaria, ma anzi rende quel movimento
(falso movimento, si direbbe in linguaggio teatrale) per cui è come avere
davanti una coralità da cappella rinascimentale, di acuti e gravi.
Luogo magico del meraviglioso, senza aspettarsi fuochi
di artificio e sbalordimenti, quanto piuttosto, una dolce frequenza
di affermazioni, che ne fanno riconoscere il timbro personale, così
come le variazioni giocano un ruolo ludico, quello di tenere vigile
il senso dell’attenzione, perché c’è sempre un quid che si svela
Politonia e tendenza monocromatica, come una tensione
che si distende nella corporeità dilatata delle opere, in un
continuo sviluppo tematico, per cui ogni spunto, ogni
piano, diventano avvolgimento poetico, che parte da una nota, da
una forma che si trasforma in una diversità che non perde
mai il proprio nucleo fondante, che è dato dalla personalità
dell’artista, dell’autore, del pittore che è immerso in un
proprio lirium che è fatto di una psicologia, di una storia,
di una forza, in cui sono contenute tutte le complessità
di un innamoramento fatto di tante seduzioni, di tante e tante
fascinazioni, che non s’avvertono, striature, strappi, ma appare
il tutto come un grande arazzo, i cui frammenti senton
l’afflato dell’insieme, ma anche la forza di vivere uno per uno.
Riflessione  come grande specchio frantumato, eppure
integro nella sua qualità di essere un concavo della rifrazione
e convesso nella corrispondenza dei temi e dei sentimenti
che detta la mente, batte il cuore, guida la mano e poi si offre
al convivio degli sguardi, delle possessioni, per dare motore
ad un immobile, per dare tangibilità alla trasparenza, che
nel farsi attraversare, ti suggerisce cose immaginate da
suggerimenti che erano rimasti nascosti e che senza un pretesto
(questo) non sarebbero emersi, per cui queste opere hanno
una maieutica intrisa di magia  che fa diventare poematica,
quella che altrimenti sarebbe una semplice alfabetica, facendo
un grande panegirico che rende leggerezza, sofficità, permeabilità.
Tra presenza e assenza come dire, in una eterna transicità,
dove il tempo presente è il grande enigma che fa pesare la bilancia,
ora da una parte ora dall’altra, dal piatto alla pesantezza
dell’esserci, del contare le ore, dell’attraversare le forme del contenuto,
dirigendosi verso l’inesorabile, verso l’enigma della fine, che può
avvenire da un momento all’altro, oppure postergarsi nel futuro
anteriore, lasciando le tracce, le orme, i segnali, di una possessione
che sente di divina grammatica e di sublime sintassi. Tutto
questo mentre si sente urgente la forza dell’assenza che vuol
dire sperimentazione, desiderio di essere in una solitudine dove
(puoi e vuoi) sentire, vedere, fare, come se nient’altro esistesse,
ma tutto fosse filiazione di una metafora in cui il silenzio è
una plenitudine a rovescio, le tenebre sono il nero dello stacco
tra una luce e l’altra e non c’è mai un exultet definitivo
ma una infinita contemplazione che si allunga come la linea
dell’orizzonte che, lusinga, lusinga,ma è sempre un’altra parte,
un’altra cosa, un altro sogno, in cui mettere ancora segni e colori.
Astrazione sempre al limite, sempre sulla soglia di una
frontiera in cui può esserci o non esserci una figurazione,
seppure sempre in suggerimento in scivolamento e mai in
una aggressiva pretestuosità, perché la regola non è quella del
segno colorato, della scissura, ma quella della sfumatura, della
tonalità che qui assorbe e qui deborda, passando come di
paragrafo in paragrafo, di capitolo in capitolo, verso il grande
libro della propria vita, di cui Claudio Fezza è autore ricercato
puntuale, anche quando appare veloce e gestuale, sempre, in una giusta misura.
Avvolgimento poetico, dove il caso e la necessità, si scambiano
i ruoli nella superficie e nel profondo delle opere, faczndo trasparire
il senso della vera religiosità, in cui niente viene escluso
a priori, anzi tutto è coinvolto senza apparire, perché non è
l’apparenza che qui conta, anche se tutto e per tutti è necessario
in sembiante, che superi d’incanto la fantasmaticità, dando corpo
ad un universo panico, per mezzo di un vedere, che è saper vedere.
Continuità con le origini delle forme e dei colori , senso
di immersione nel tempo senza tempo, nello spazio senza spazio,
in una dialettica d’immaginario e in una ondulazione di
sentimento che coinvolge tutti i sensi, facendoli agire come in
una concertazione in cui la pluralità, la moltiplicazione, la varietà,
tende a convertirsi in una simbolicità, in cui l’apparenza è la
forma mimetica di Apollo vestito da Dioniso e Dioniso che sembra Apollo.

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